ACCADEMIA MEDICA del ROJAVA: una comunità di studio per una salute pubblica solidale (Report dal Rojava)

Di seguito il I report dal Rojava di Cecilia di Sfattetta sanitaria in cui ci racconta del funzionamento dell’Accademia Medica che, come per altri ambiti della vita sociale nel Rojava, presenta un’impronta di autogestione, che coinvolge completamente studenti ed insegnanti, e consapevole, di essere un nodo essenziale per l’offerta di servizi sanitari, coniuga discipline e metodiche innovative con la medicina tradizionale locale e materie ad hoc come “pratica sanitaria basata sulla comunità” e “politiche sanitarie preventive”. 


A qualche chilometro dalla città di Qamishlo, viaggiando in direzione di Amuda si vede sulla destra un palazzo verde, di costruzione recente, che conta circa un paio di piani. Entrando nel cortile si respira subito un’aria intensa. L’Accademia condivide infatti alcuni spazi con il centro protesi di Qamishlo e i pazienti vanno e vengono dall’ingresso principale, chi senza una mano, chi senza un piede, chi addirittura senza entrambe le gambe.

La struttura non ha nessuno sfarzo, è compatta, semplice con l’unica targa che ne indica il nome. Appena entrata mi fanno fare un giro. Al secondo piano ci sono il dormitorio femminile ed un’ampia sala mensa, con una terrazza che da sull’esterno. Scendendo troviamo il dormitorio maschile, un ufficio per i coordinatori di didattica e logistica e varie stanze aperte con divani, punti di socialità e riposo per i ragazzi fra un corso e l’altro. Sarebbero le nostre agognate aulette studenti, quelle per cui in italia conduciamo battaglie sfrenate sostenendo l’importanza di spazi comuni per la creazione di pensiero critico e per le quali non troviamo altro che incomprensione e resistenza.

Qui sono molte di più di quanto non siano gli uffici. Al piano terra ci sono le due ampie aule che per ora ospitano il primo e il secondo anno, ed ancora stanze aperte per docenti e studenti. Al primo piano si trovano due laboratori, su cui c’è ancora del lavoro da fare per l’organizzazione del materiale, che però risulta essere parecchio. Un ossario ben fornito, circa 10 microscopi, numerosi modelli anatomici in 3D e manichini per esercitazione BLSD. Qui si trovano anche alcuni scaffali pieni di libri di anatomia, fisiologia, patologia, etc, a disposizione degli studenti, che possono prenderli in prestito per studiare quando vogliono. Accanto ad essi volumi di storia e di politica, libri di narrativa. Anche l’accessibilità ai laboratori è h24 per tutti.

Accanto alle due stanze appena descritte è in allestimento una sala di dissezione, nella quale i ragazzi potranno esercitars. Attualmente hanno un tavolo da dissezione e due vasche per il lavaggio in formalina, la cella frigorifera è stata ordinata e sono in attesa di riceverla. Su questo mi sento di sottolineare ancora quanto sia all’avanguardia. Ora come ora nella maggior parte delle università italiane i corsi di dissezioni sono a numero chiuso, extracurricolari, l’accessibilità è tendenzialmente su base meritocratica e a pagamento: parliamo di centinaia di euro.

L’Accademia è strutturata attualmente su quattro anni, alla fine dei quali si ha una formazione da medico generico ed è già possibile cominciare a lavorare. Dopo sono previsti tre anni di tirocini nei quali ci si forma in tutte le principali specialità medico chirurgiche e la specializzazione che, come da noi, dura dai tre ai cinque anni. Già dal secondo anno dei quattro di base la pratica è parte integrante del percorso didattico.

Le modalità di esame sono completamente differenti: in sostanza ogni giorno ripassano tutti insieme la lezione precedente e si interrogano a vicenda fra studenti sugli argomenti trattati. Alla fine del corso fanno un esame, la cui valutazione però dipende molto dal percorso che lo studente fa durante il semestre, non è un unico momento a determinarne le capacità e le conoscenze. Anche la motivazione e la partecipazione attiva sono prese in considerazione. Parlare di valutazione è però errato, perché non ci sono voti, ma il sistema si basa su idoneità. Del resto, ha più senso così, dal momento che un futuro medico dovrebbe o sapere sufficientemente una materia o non saperla. Non mi è mai stato chiaro cosa voglia dire formare medici da 18 e medici da 30.

L’accesso è libero e completamente gratuito, non c’è nessun tipo di contributo per vitto e alloggio ed anche i testi sono per la maggior parte messi a disposizione dalla struttura stessa.  Gli studenti sono coinvolti su ogni piano, che sia logistico o didattico. La vita si svolge completamente in comune e tutto viene fatto da tutti, che sia la preparazione dei pasti, la pulizia, la scelta sugli orari di apertura e chiusura. I coordinatori della didattica vengono scelti in assemblea e il gruppo è formato da studenti, docenti e dottori. Alle lezioni specifiche vengono affiancate lezioni di lingua, cultura e politica.

Ogni semestre è previsto quello che loro chiamano “Platform”: un momento di discussione comune sull’andamento dell’Academia, dove gli studenti possono parlare liberamente e orizzontalmente dei problemi riscontrati e sono invitati a fare proposte e sviluppare progetti per il semestre successivo. Inoltre, gli studenti si riuniscono in assemblea ogni settimana per le stesse ragioni, un importante momento di confronto e discussione per risolvere questioni o concentrarsi su aspetti che esulano dalla medicina, come il pensiero politico e il coinvolgimento nelle strutture dell’Amministrazione autonoma, il ricordo dei martiri e la condivisione delle proprie esperienze. Faccio notare che molti di loro vengono da Afrin e vivono stabilmente all’Accademia anche durante i due mesi di pausa, uno estivo e uno invernale. Tutto ciò è a dir poco entusiasmante per chi come me è abituata alle università italiane, dove la distanza dai docenti e la mancanza di comunicazione fra studenti, anche data dalla mancanza di spazi fisici e temporali (sulla creazione dei quali c’è una resistenza a dir poco sconcertante da parte di chi comanda), sono la normalità.

La ritrovata possibilità di parlare, scrivere e leggere nella propria lingua è qui protagonista. Da quest’anno è attivo un gruppo di studenti che si sta adoperando per la traduzione dei testi di medicina, prima solo in arabo, in Kurmanji, ed a questo proposito sarà importante il nostro sostegno economico per permetterne la stampa in quantità adeguate a coprire tutti gli studenti. Sono libri costosi, perchè tendenzialmente pieni di immagini. Il tempo e l’impegno, completamente volontario e gratuito, che questi ragazzi stanno mettendo in questo progetto deve essere esempio virtuoso per tutti noi.

Biji Rojava, Biji Kurdistan

Cecilia di Staffetta sanitaria